L’insostenibile leggerezza dell’essere… Pioli

Un terzo posto conquistato a sorpresa, poi il baratro: finale di Coppa Italia persa, Supercoppa Italiana persa, Preliminari di Champions League persi. Già dal maggio scorso, sulla schiena del tifoso laziale, era scorso un brivido freddo, purtroppo poi trasformatosi in febbre: la nuova stagione laziale sarebbe stata avara di soddisfazioni, e così è stato (non ingannino gli ottavi di finale in Europa League contro il modesto Sparta Praga, perché ai quarti si pescheranno squadre ben più blasonate e il castello di carte crollerà definitivamente).
Stefano Pioli e la Lazio non sono più in sintonia, corrono su due binari paralleli che non si incontreranno più, ed entrambi lo sanno. Si aspetta solo il divorzio…

Un peccato, però: l’ennesimo progetto saltato. Come saltò quello di Ballardini dopo pochi mesi, ma il romagnolo portò a Roma una Supercoppa (con Diakité e il rientrante Baronio titolari) strappandola all’Inter che poi vinse il Triplete. Come saltò quello di Reja, che non riuscì per due anni a qualificarsi ai preliminari di Champions (per colpe non sue), ma salvò la squadra dalla retrocessione. Come saltò quello di Petkovic, ma il serbo regalò ai biancocelesti il trofeo dello sfregio, quella Coppa Italia vinta contro la Roma che durerà in eterno.
E Pioli? Pioli un bel niente, solo finali perse ed illusioni chilometriche. E dire che la società, al contrario delle altre volte, durante la scorsa estate non ha venduto nessuno dei big inserendo, ad esempio, un Milinkovic-Savic in rampa di lancio (ma, intendiamoci, questo non significa che sia una buona dirigenza).

Quand’era il momento di confermarsi, di serrare i ranghi, la Lazio s’è sciolta al sole. E Pioli non ha fatto altro che guardare i suoi uomini migliori liquefarsi con la faccia da cane bastonato. Un po’ di palle, mister!
Lo spogliatoio è completamente spaccato, nonostante si cerchi di insabbiare tutto: Candreva si è attirato le antipatie della squadra (e di qualche tifoso) per quel suo eccessivo egoismo, ma metterlo in discussione è da pazzi; Felipe Anderson, a parte 4 mesi di illuminazione divina, è rimpiombato nel nulla cosmico e nella sua saudade; Keita vuole giocare di più ed ha ragione, dal momento che ogni volta che entra in campo risolve a favore la partita.
Insomma, un marasma. E proprio lo spagnolo si tradisce dichiarando a Mediaset: “Ogni spogliatoio è un mondo a sé, ma è normale che ogni spogliatoio abbia le proprie situazioni e che non tutti possono andare d’accordo”. Della serie: “E’ vero che ci stiamo sul cazzo, ma non posso dirlo”, così come non può dirlo Mauri nell’intervista post-Sassuolo, ma anche lui scocca una bella frecciata all’allenatore: “Quest’anno, dal mio punto di vista, siamo prevedibili e più lenti a preparare il gioco. Se gli attaccanti fossero seguiti dai centrocampisti e dai difensori, la squadra non sarebbe lunga e non si rischierebbe troppo”.
Se l’ha capito un calciatore, che dentro al gioco c’è in prima persona e potrebbe far difficoltà a comprendere certe dinamiche, possibile che non lo capisca l’allenatore che deve solamente guardare?
La verità è che Mauri ha centrato pienamente il nocciolo della questione: la Lazio non gioca più bene. E i motivi sono lampanti.

1) FORMA FISICA
La preparazione estiva è stata più che scadente. La squadra è stata falcidiata dagli infortuni e non riesce ad avere un ritmo partita costante, complice anche l’impegno del giovedì in Europa League. Ma quello si doveva mettere già in conto.

2) CONFUSIONE TATTICA
Pioli ha completamente smarrito le idee e sta cercando disperatamente di mischiare le carte in tavola sperando di pescare dal mazzo il Jolly, senza mai riuscirci. Il cambio di modulo è all’ordine del giorno: 4-3-3, 4-2-3-1 e, nella gara contro il Torino, si è arrivati pure al 4-3-1-2 con Felipe Anderson dietro alle due punte salvo poi rimescolare tutto al 40esimo.
Cataldi e Biglia, inoltre, non possono giocare insieme perché non c’è nessuno che fa un po’ di legna a centrocampo. E Lulic, terzino sinistro, non ci sa e non ci vuole giocare. Ed è giusto, perché è l’unico, assieme a Milinkovic-Savic, a dare lo strappo a centrocampo e deve giocare mezz’ala.

3) GESTIONE ERRATA DELLA ROSA
Subito una considerazione: questo Djordjevic non può giocare, perché sembra un palo della luce piantato in mezzo al campo. Pioli lo vede, ma si ostina continuamente a schierarlo al centro dell’attacco. Perché? “Per dargli fiducia”? D’accordo, ma si gioca sempre in 10. E Keita deve sorbirsi sempre la panchina. Povero…
Il 14 biancoceleste, come già anticipato, entra quasi sempre a partita in corso e si guadagna puntualmente un rigore, o segna, o fa un assist. Possibile che non rientri mai nell’undici iniziale? Mistero.
Infine, c’è il caso dei giocatori che da scomparsi sono diventati titolari di punto in bianco, e viceversa: Mauri, ad esempio, non ha mai visto il campo fino all’inizio del girone di ritorno, salvo poi riapparire misteriosamente; al contrario, Onazi era al centro del progetto ad inizio stagione, mentre ora in molti si chiedono che fine abbia fatto; Radu, invece, viene inspiegabilmente fatto giocare una partita sì e tre no.

In soldoni, questo è il quadro. Un quadro che, purtroppo, si è trasformato da una promettente “Nascita di Venere” in una sorta di Guernica moderna per colpa di un allenatore, ma ancor prima un uomo, che ha dimostrato scarso piglio e scarsà personalità. E non è ciò che serve all’ambiente-Lazio, ma un allenatore così, oramai, manca da tanto tempo…

“Si erano creati a vicenda un inferno, pur volendosi bene”, diceva Milan Kundera. La Lazio e Pioli. Ma ormai la sua leggerezza dell’essere, sta diventando sempre più insostenibile… Per tutti.